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Il ritratto emozionale del gatto – Cos’è e come si ottiene

Cos’è e come si ottiene un ritratto emozionale di un gatto, e di un gatto e il suo umano? Durante i corsi spiego che esistono essenzialmente due modi di fotografare un animale: l’immagine documentaristica e il ritratto. Semplificando, nella prima al fotografo viene richiesto un distacco emotivo dal soggetto per restituire il più possibile la realtà nuda e cruda; nella seconda, al fotografo è richiesta anche un’interpretazione personale dell’esemplare finalizzata a restituire momenti fotograficamente emotivi.

Come si ottiene un simile risultato con un felino?
Se con un essere umano è relativamente semplice perché si tratta di stabilire un contatto empatico e dare indicazioni su pose o espressioni particolari che stimolano un’emozione, con un gatto e, più in generale, con un animale la questione si complica: difficilmente è collaborativo, non si mette in posa dietro nostra richiesta e rimane fermo solo quando dorme.

Dunque, come fare?
Si tratta di mettere in pratica un mix di competenze tecniche di ripresa, di osservazione e conoscenza del comportamento del gatto per poterne capire l’umore e prevederne i movimenti ma, soprattutto, di imparare a sviluppare la nostra intelligenza emotiva in ogni declinazione delle sue abilità, cioè la capacità di riconoscere, distinguere, etichettare e gestire le emozioni del micio.
Vediamo in concreto cosa significa.

Nina e Valentina

Recentemente sono stata da una cliente per ritratti emozionali della sua gatta, una tricolore tigrata, molto timida e impaurita, e ritratti di loro due insieme. Non era un esemplare di allevamento, dunque non si volevano scatti “documentaristici” di pose particolari che mettessero in risalto le caratteristiche della razza. La sessione non è cominciata nel migliore dei modi: al mio arrivo ho fatto appena in tempo a intravedere un’ombra fuggire e rifugiarsi tra le travi del soffitto del salone, a 5 metri dal pavimento. Non sporgeva neanche la testa per guardare in giù.

Una mia regola aurea con i soggetti timidi è di non considerarli in prima battuta, per dar loro tempo di abituarsi alla mia presenza, sperando che la curiosità diventi più forte della paura. Così mi sono messa a montare il set, tenendola d’occhio. Dopo mezz’ora, un piccolo, timido risultato: metà testina che sporgeva dalla trave, guardando verso di me con occhioni spalancati e orecchie dritte. A nulla sono serviti i tentativi successivi, con me sul pianerottolo. I gatti non sono stupidi: oltre a percepire la tensione della proprietaria, in ansia per il servizio, sentiva la mia presenza dietro la porta di casa.

Così mi sono allontanata dallo stabile per un’oretta, dicendo alla proprietaria, se la micia fosse scesa, di permetterle di ispezionare il set lasciandola libera di fare quello che voleva e poi di chiuderla in bagno, rimanendo con lei fino al mio ritorno.
Sono entrata nel locale e mi sono seduta sul pavimento. Inizialmente mi ha soffiato, poi mi ha annusato ed è salita sul davanzale interno della finestra, nascosta dietro le tendine trasparenti: “Non mi vedi, non ti vedo, e da qui non mi muovo”.

Ho chiesto a Valentina di prenderla in braccio, osando una prima carezza, che ha accettato: lo sguardo non era più impaurito e le orecchie erano ben dritte: “Non ho più paura, ma non pensare che tu mi piaccia”. Va bene, vediamo come reagisci se ti prendo in braccio: poca tensione, corpo semi rilassato, no soffi e no unghie scoperte, ma con la testina nascosta sotto l’ascella. Piccoli progressivi passi in avanti. Eravamo pronti per un tentativo sul set.

Di norma comincio le riprese con solo il gatto, non per tranquillizzare il micio che è già a suo agio e incuriosito dal set, ma il proprietario. La fase iniziale è la più delicata perché è l’umano a essere teso: non sa ancora come si comporterà il micio e ritrarli insieme a freddo non mi permetterebbe di ottenere il ritratto emozionale di loro due in simbiosi. Viceversa, le riprese del micio spesso sono caratterizzate da risate e divertimento, due elementi che contribuiscono a portare i proprietari nel giusto mood per ritrarli insieme.

Stavolta invece l’umana era già nella giusta predisposizione emotiva: vedere la micia in braccio a me senza reazioni di paura l’aveva quasi commossa.
Inoltre, la gatta aveva bisogno della sua vicinanza ed è stata lei stessa a saltare tra le sue braccia.

Vi ricordate il cartone animato “La carica dei 101”? Viene mostrata una sequenza di cani e padroni perfettamente somiglianti. Succede anche tra gatti e umani. Mi è spessissimo capitato di ottenere ritratti di umani e felini insieme il cui risultato finale ha stupito persino me per la somiglianza fisica, gli sguardi, le pose o i colori simili. Elementi che, se presenti in un singolo scatto, danno quel certo nonsoche d’insieme che porta alla perfetta somiglianza e, di conseguenza, all’emotività del ritratto.
E’ quanto capitato anche con i soggetti di questi scatti: Valentina e Nina. Osservate gli sguardi, i colori, le pose, la simmetria del volto e del muso.

Mi dicono spesso che ho un “dono” particolare nel percepire l’essenza felina per riportarla in una fotografia che racconta un’emozione, e ne genera un’altra.

Non è un dono, ma frutto di una ricerca e di uno studio degli stimoli emozionali anche su me stessa, per vedere molto oltre ciò che percepiscono i miei occhi.

L’obiettivo è sempre e solo uno: utilizzare la fotografia come strumento di rivelazione della personalità.

3 thoughts on “Il ritratto emozionale del gatto – Cos’è e come si ottiene”

  1. Hai descritto un metodo assolutamente perfetto. Sei una professionista con la P maiuscola.

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