Un informale dietro le quinte dell’incontro con Gabriele Basilico, in attesa dell’intervista sul numero di gennaio di Fotografia Reflex.
Il bello del mio lavoro è che nonostante le frequenti possibilità di incontrare e intervistare grandi personaggi, non ci si fa mai il callo e le emozioni, ogni volta, sono le stesse dei primi tempi. Da quando mi occupo di fotogiornalismo, le occasioni di incontro con i maestri della fotografia italiana sono state frequenti, ma ancora non avevo ancora avuto l’opportunità di stare a tu per tu con uno di loro.
E’ successo con Gabriele Basilico, che ho intervistato per Reflex durante la presentazione, alla Triennale di Milano, del calendario “Dentro la città”, l’undicesimo della serie di calendari da collezione prodotti da Epson. Troverete l’intervista e i dettagli del Calendario sul numero di gennaio di Fotografia Reflex.
Visto che lo spazio su carta è tiranno e i toni sono per forza di cose “professional”, qui vorrei andare a ruota libera e raccontare il dietro le quinte della giornata, assai densa di emozioni. E sorprese.
Iniziamo dalle istruzioni che ho ricevuto da Giulio Forti prima dell’intervista: “Mi raccomando, parlaci da pari a pari“. Prego? Pari a pari? Io con Basilico?
Ansia. Per due motivi.
Il primo: la fotografia architettonica e gli scenari urbani dove dominano palazzi, case, fabbriche e, più in generale, le costruzioni, non è un genere che attira la mia attenzione perché lo considero “asettico”, cioè non in grado di suscitarmi emozioni. Per questo non mi ci sono mai dedicata con intenzione di approfondire, dunque anche lato tecnica e ripresa non mi sentivo messa molto bene, non al punto da poter sostenere una conversazione da pari a pari. In aggiunta, se di Basilico conoscevo solo superficialmente e in ordine sparso i suoi lavori, nulla sapevo della sua storia professionale.
Il secondo: dal mio punto di vista non è pensabile che nessuno, al di sotto dei 60 anni di vita e almeno 30 di professione, possa approcciarsi da pari a pari con simili Maestri.
Ma se nulla potevo fare in merito alla mia ansia da prestazione, quantomeno potevo tentare di compensare con un minimo di preparazione accademica.
Man mano che mi addentravo nello studio della vita e delle opere di Basilico, mi sono accorta che nelle sue fotografie, nel corso degli anni, sembrava esserci un minimo comun denominatore spesso ricorrente: immagini pregne di essenza umana, nonostante l’assenza di persone; un continuum di “sospesi” che mi hanno costretta a bypassare quella percezione superficiale di questo genere fotografico che mi fa dire, banalizzando: “Belle fotografie, però una casa è pur sempre una casa“. Da qui alla curiosità di capire il suo approccio umano al di là dell’estetica pura dei soggetti e delle relative tecniche di ripresa, il passo è stato breve.
Arrivo in Triennale qualche ora prima del vernissage, mi accolgono Nicolò Michetti di Digital PR, Silvia Carena e Morena Menegatti di Epson, e diamo il via a un breve briefing per gestire domande e tempi anche in relazione all’incontro tra Basilico e una decina di blogger, organizzato da Digital PR, previsto dopo la mia intervista e prima dell’inizio del vernissage.
L’appuntamento per l’intervista è alle 15,30 e puntuale arriva Basilico: entra e percorre il salone, circondato dalle sue opere esposte. Alto, massiccio, imponente, ma lieve, quasi sospeso: il passo calmo, meditato, un’occhiata distratta e non palese all’esposizione, mentre gli vanno incontro per accoglierlo.

Salone Triennale, Milano - Massimo Pizzocri (AD Epson Italia), Gabriele Basilico e Daniela Pasqualin (Responsabile progetti fotografici Epson Italia)
La scena è suggestiva, perché in controluce: era uno di quei rari pomeriggi di novembre a Milano con il sole pieno e tanta di quella luce frontale e riflessa sui pavimenti di marmo da mandare in crisi ogni tentativo di ottenere una corretta esposizione: in questi casi c’è poco da scegliere e da pensare, soprattutto se si tratta di scatti al volo.
Arriva il momento delle presentazioni: la stretta di mano è ferma e decisa, gli occhi fissi nei miei, di chi ti sta dedicando sincera attenzione e disponibilità. Sarà anche un luogo comune quello che dal primo impatto si percepisce molto della persona che si ha di fronte, ma se si chiamano luoghi comuni, un motivo ci sarà pure. E per quanto mi riguarda, le mie prime impressioni non mi hanno mai tradita. Semmai, a tradirmi è sempre stato il secondo luogo comune, quello imposto dalla razionalità e dalle convenzioni, cioè che bisogna sforzarsi di andare oltre alle prime impressioni, positive o negative che siano. Bene, ogni volta che l’ho fatto è arrivata puntuale la fregatura.
Ci sediamo a un tavolo d’angolo per quella che si rivelerà essere solo la prima parte dell’intervista, interrotta dopo mezz’ora per una ripresa televisiva. Non è stato facile per me rompere il ghiaccio: oltre alle ansie già descritte, avevo anche la preoccupazione per il nuovo registratore, acquistato solo pochi giorni prima.
Confesso di non avere una gran dimestichezza con gli aggeggini tecnologici: troppe funzioni e poche spiegazioni a prova di bambini tonti. C’è un motivo per cui ne parlo, lo spiegherò di seguito. Questo modello addirittura ha una serie di opzioni di registrazione a seconda dell’ambiente e delle circostanze, peccato che non siano forniti tutorial d’esempio, perché a me in quel momento sarebbe tanto servita la funzione “Enorme sala, forti eco e rimbombi vari, con rumori di sottofondo di piatti e bicchieri maneggiati maldestramente dagli addetti all’allestimento del catering“, ma non ho capito quale fosse delle tante a disposizione.
E così, tra una domanda e l’altra e un tintinnio di bicchieri e posate, immaginatevi la scena: io che tentavo di mantenere un approccio professionale mentre facevo domande su un genere fotografico che non conoscevo, seduta al tavolo con Basilico e mezza divisione PR di Epson, e con l’ansia della registrazione che temevo non venisse. Un approccio professionale mantenuto a fatica e messo in discussione dalle frequenti ma non volontarie occhiatacce che inevitabilmente partivano in direzione dei camerieri. I quali stavano solo facendo il loro lavoro e non potevano preoccuparsi troppo del mio.
Ero al massimo della curva emotiva discendente, in aggiunta Basilico parlava a ruota libera e di certo non mi sognavo di interromperlo (leggerete i dettagli di questo divertente passaggio nell’intervista) e così, delle domande che mi ero preparata, ero riuscita a farne solo due, più una terza: “Le dispiace se le tengo il registratore sotto al naso?“.
Bene o male sono riuscita a tenere il filo del discorso e delle consecutio logiche, ma proprio quando cominciavo a rilassarmi e a entrare nel giusto mood, letteralmente rapita dai suoi racconti, l’intervista si interrompe per una ripresa del TG5. Una pausa gradita, perché mi ha dato modo di verificare la qualità della registrazione. Inoltre, avevo ricevuto rassicurazioni che avremmo proseguito durante l’incontro con i blogger.
Confortata dalla resa dell’audio, approfitto dell’attesa per fare qualche scatto della sala deserta e delle opere di Basilico esposte, avevo un conto aperto con l’esposizione e volevo studiare meglio la scena, dominata da quel controluce così affascinante. Mi aggiro per il salone prendendomi tutto il tempo, visto che l’incontro era previsto dopo circa un’ora.
Mi vengono a cercare prima: “Il Maestro desidera proseguire l’intervista“.
E così rimango a tu per tu con lui, seduti allo stesso tavolo, con Daniela Pasqualin ad assistere. Ormai il ghiaccio era rotto, e l’intervista si è trasformata quasi subito in una scorrevole conversazione, una carrellata all’indietro negli ultimi trent’anni di storia della fotografia, italiana e non, con suggestivi amarcord di Basilico, dagli anni Settanta, quando “si voleva fare la rivoluzione con la macchina fotografica” fino alla descrizione dei suoi più importanti punti di svolta. Mie domande? Poche, se non quelle ispirate dai suoi racconti.
Ci vengono a chiamare per l’incontro con i blogger, previsto in una sala a parte e allestita con sedie disposte a cerchio: un approccio che voleva stimolare un confronto da pari e pari su fotografia tradizionale e nuove tecnologie. Poco prima di entrare decido di verificare il secondo file audio. Qualità quasi perfetta.
E’ quel quasi che mi ha fregato, assieme alle batterie. Nonostante ne avessi di scorta, avevo scoperto una funzione denominata “risparmio batterie” e l’ho attivata senza preoccuparmi di come funzionasse, né del resto c’era scritto nelle istruzioni.
Funzionava semplicemente che non registrava le pause di silenzio tra una parola e l’altra, con il risultato che il terzo file audio ho fatto non poca fatica a decifrarlo perché pareva che Basilico non pronunciasse le ultime e le prime sillabe delle parole. Mi sono già insultata da sola, ma se volete partecipare, non mi offendo.
La cronaca dell’incontro è descritta nell’intervista. Qui potete leggere un post di Barbara Zonzin, presente durante il confronto. Barbara è una fotografa professionista che è stata per tre anni assistente di Ferdinando Scianna e dunque, almeno in teoria, più facilitata rispetto a me nella gestione delle emozioni.
Bene, leggetevi il suo post, vi dà un’idea del livello di emotività presente sulla scena e di quanto, nonostante l’esperienza, non si riesca comunque a gestire il nostro coinvolgimento così come vorremmo. E dovremmo.
Ciò che non ho menzionato nell’intervista su Reflex è stata la sorpresa a vernissage iniziato. A registratore spento, stavo chiacchierando con Basilico quando si interrompe, sorride e, scusandosi, si dirige verso un punto alle mie spalle. Mi volto e vedo arrivare Gianni Berengo Gardin che Gabriele Basilico, nel corso dell’intervista, ha più volte definito con affetto evidente come “Il mio Maestro“.
Rimango in disparte a osservarli e non posso fare a meno di notare l’approccio affettuoso di Basilico, un mix tra l’evidente confidenza cameratesca tra i due e il rispetto di, oso, quasi un figlio verso il padre.
Tento di fare loro qualche scatto discreto con il cellulare, ma Berengo Gardin, evidentemente abituato a questi gesti invasivi, si gira di spalle. Non demordo e, seppur con discrezione, mi sposto di fronte a lui, ma si rigira ancora.
Non mi resta che l’approccio diretto, estraggo la reflex e mi avvicino a lui: “Maestro, posso? Chiedo scusa, è solo una reflex digitale“. L’espressione non cambia, gli occhi rimangono socchiusi ed è difficile per me tentare di interpretarne lo sguardo. Lui non dice sì né no, ma rimane in posa quell’attimo necessario per uno scatto. Leggeteci quello che volete, per me è già un miracolo che sia a fuoco, vista l’emozione.
Ma non è finita. A uno a uno, alla spicciolata, arrivano quasi tutti i fotografi che hanno firmato i precedenti calendari Epson: da Giorgio Lotti a Vittorio Storaro, Mario De Biasi. E ancora, Franco Fontana, Massimo Vitali, Giovanni Gastel. Presente anche Maurizio Galimberti.
Scatto loro alcune fotografie, singole e di gruppo, e me ne faccio fare qualcuna assieme a Berengo Gardin, Vitali e Basilico.
Nel mentre, non posso fare a meno di pensare a quanto io sia stata fortunata a essere presente lì, in quel momento, davanti al gotha della fotografia italiana.
Non so quando e se mai mi capiterà di vivere ancora un’esperienza e un’emozione simile, ma una cosa è certa: mi prenoto fin da ora per la presentazione dell’edizione 2012 del calendario Epson.
LEGGI L’INTERVISTA QUI















hahahaha che bello… siamo proprio delle cacasotto! Come ti ho già detto a voce, meno male che c’eri tu a fare domande. Io le avevo tutte in testa ma nulla usciva dalla bocca! Faccio proprio pena.
Barbara, ma che pena!
La verità è che ero avvantaggiata, avevo già avuto un discreto rodaggio nelle ore precedenti l’incontro con voi
[...] non vi proporrò una ricetta della cara Claudia Rocchini, vi voglio semplicemente segnalare un suo post nel quale ci racconta i dietro le quante della sua intervista a Gabriele Basilico, il [...]
[...] un po’ per mancanza di tempo (Natale è dietro l’angolo). Soprattutto perché è un bellissimo articolo sul dietro le quinte di un’intervista di prossima pubblicazione su Fotografia Reflex (credo [...]
Grazie Claudia, ho letto divertito cercando di immaginare le scene che raccontavi ed è stata un’esperienza piacevole.