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Chiara Corio: “Il fotoreporter è come il giornalista. L’unica differenza è che scrive con la luce”

La photo editor del settimanale “A” e docente di Obiettivo Reporter in un’intervista a tutto campo sulla sua professione e sull’importanza del giornalismo all’interno della fotografia.

Chiara Corio, photo editor settimanale "A" - copyright Mauro Consilvio

“I fotografi non possono scegliere le proprie fotografie. E’ una sofferenza, ma è normale e comprensibile che sia così: è come chiedere loro di tagliare il proprio cordone ombelicale”. Una frase buttata lì quasi per caso, pronunciata con pacata e inevitabile consapevolezza, e che colpisce nel punto più debole perché sai essere vera. In aggiunta, se a dirla è uno dei photo editor più conosciuti nel panorama fotogiornalistico italiano, non c’è davvero possibilità di replica.
Chiara Corio, photo editor del settimanale “A” (RCS), è curatrice di mostre fotografiche, insegna fotogiornalismo ed è anche docente di Obiettivo Reporter. La incontro per un aperitivo/intervista a tutto campo sulla sua professione, sul ruolo strategico del photo editor in una testata giornalistica, e sull’importanza del giornalismo all’interno della fotografia: “I giornali sono fatti di notizie, anche foto-notizie, e vengono fatti dai giornalisti. Questo è un aspetto che gli aspiranti reporter faticano a capire. Anche il fotografo di moda, per esempio, deve conoscere le tendenze, avere una curiosità e un’intelligenza che vanno di pari passo con quelle del giornalista, altrimenti al più mi proporrà una bella foto, tecnicamente corretta, ma senza notizia. E dunque non pubblicabile”.

Fotogiornalismo, cosa si intende?
“Anche chi scatta è un giornalista. Il fotografo di reportage, e non solo, svolge l’identico mestiere di un giornalista, scrivendo con la luce. Si assume la responsabilità di raccontare e documentare attraverso le immagini, dopo essersi informato su un determinato fatto. Ciò vale per moltissimi generi fotografici: dal viaggio, al sociale, alla cronaca, all’attualità, il ritratto… E’ un modo di essere, di osservare la realtà e poi di ritrasmetterla, si deve avere la curiosità di scoprire il chi, come, dove, quando, perché. Poi li puoi gestire fotograficamente come ti pare, ma se mancano, non c’è servizio”.

Facciamo un esempio di corretto approccio professionale a un servizio.
“Un fotografo viene inviato da una testata a riprendere gli operai che protestano sul tetto di Termini Imerese. Parte, ma mentre è in viaggio, gli operai sono scesi dal tetto perché è stato trovato un accordo. Cosa fa il fotografo quando arriva sul posto? Documenta ciò che vede, si ferma un giorno in più e cerca di capire il contesto. La domanda è: ‘Cos’è successo a Termini Imerese il giorno dopo?’. Si sono riaperti i cancelli, entrano i camion bloccati all’entrata eccetera, dunque documenta gli operai davanti ai cancelli, l’indotto, le parti sociali. Questo è il valore aggiunto del fotogiornalismo e questo fa un fotogiornalista professionista. E’ uno che è in grado di portare comunque a casa un servizio e per farlo deve essere preparato, deve essersi documentato prima di partire, quindi dovrà sapere cos’è Termini Imerese, cosa è successo, chi sono i protagonisti, deve conoscere i loro visi per poterli fotografare… Sono aspetti che non vanno trascurati da chi si propone come fotografo per una testata. Da qui la mia adesione al progetto Obiettivo Reporter”.

Perché hai aderito a Obiettivo Reporter? Cosa ti piace del progetto?
“Perché mi interessa che chi sa fotografare sia anche messo in grado di poter accedere al nostro mondo nel modo corretto. Chi è già nell’ambiente sa come muoversi, ma le nuove leve faticano a comprendere l’importanza di questo aspetto: sarai anche un bravo fotografo, ma se non sai come è fatto il giornale a cui ti rivolgi difficilmente sarai in grado di proporre servizi. La formula di Obiettivo Reporter, in questo senso, promette molto: la simulazione di riunioni di redazione con chi i giornali li fa quotidianamente, cioè noi, consente quella via di mezzo tra l’andare a bottega e frequentare una scuola di fotogiornalismo. Tieni presente che negli ultimi 3/4 anni il nostro settore si è modificato: abbiamo tutti meno tempo, ci sono meno persone, meno posti di lavoro. Non solo. Nei giornali vengono pubblicate meno fotografie, sono diminuite le pagine, c’è meno pubblicità, e da un punto di vista grafico molto più frequentemente si dà più spazio ai bianchi perché ritenuti ‘più tranquillizzanti’. Quindi la selezione è molto alta e a maggior ragione bisogna essere più preparati e più motivati”.

Ci sono poi altri aspetti su cui c’è scarsa attenzione da parte delle nuove leve: mi riferisco a quelle competenze parallele legate per esempio alla legislazione su privacy&dintorni, diritto di autore eccetera…
“Infatti. Hai idea di quanto spesso io riceva fotografie senza la liberatoria? Realizzano foto eccellenti sia tecnicamente che come composizione, e video di alta qualità, però poi capita un’intervista o un ritratto consegnati senza aver chiesto la liberatoria. Non entra in testa, la logica è che se si sono fatti riprendere è ovvio che hanno autorizzato la diffusione. Molti non sanno nemmeno cos’è una liberatoria e nessuno o quasi si pone il problema dell’età del soggetto, cioè se è maggiorenne o minorenne. Invece è un problema che esiste, perché ci sono delle leggi. Io ho avuto la fortuna di iniziare questo lavoro avendo a fianco persone che mi hanno stimolata a occuparmi anche degli aspetti etico/legislativi. La materia poi mi appassiona non poco. Ancora oggi nel mio giornale discuto su aspetti che ai più possono sembrare superflui, ma non lo sono. Per esempio, da un certo punto in poi sui giornali è stato tutto un fiorire di fotografie di bambini stranieri non celate perché tanto chi vuoi che venga a rivendicare i diritti di pubblicazione. Persino la stessa Ruby andava pixelata, perché le fotografie erano antecedenti alla sua maggiore età”.

Qual è l’errore più frequente di chi ti propone fotografie nella speranza di essere pubblicato?
“Dal tipo di proposta fotografica spesso è evidente che la/il fotografa/o non ha sfogliato più di una copia della testata a cui si rivolge. Non sa a chi si sta proponendo. Banalmente: manda un servizio di viaggi a chi non ha pagine di turismo… Capisco che un bell’”inoltra a tutti” sia più comodo, ma questo può, soprattutto nei primi contatti, squalificare chi si propone. O ancora, il distributore che arriva in redazione e mi dice ‘Anche oggi ho bellissime fotografie!’. Ma non devi dirmelo, se sono belle lascialo dire a me. Insomma, bisogna prestare attenzione a ogni minimo dettaglio perché il primo approccio è fondamentale”.

Come ti prepari a una docenza?
“Mi aggiorno continuamente e chiedo di farmi mandare dalla scuola tutti i dubbi e le domande che hanno gli aspiranti corsisti. Sono una fonte di spunti incredibile e anche se molte domande appaiono ingenue, proprio per questo capisco quanto ha senso proporre iniziative formative di questo tipo”.

Veniamo alla tua professione. Chi è e cosa fa un photo editor.
“Il photo editor ha il compito di scegliere e proporre l’immagine fotografica all’interno della testata. Il suo lavoro consiste nel ricercare, selezionare, produrre immagini fotografiche in sintonia con la linea visiva del giornale. Per fare ciò deve lavorare a stretto contatto con i redattori scriventi, l’art director e il direttore di testata, tenendo sempre presente l’obiettivo finale di integrare perfettamente i testi, la grafica e la fotografia. Sono tre forme di comunicazione tra le quali, idealmente, si forma un’osmosi per arrivare ad un progetto unico, che renda l’immagine globale della testata coerente alla linea editoriale stabilita. La professione si basa su tre momenti fondamentali: la ricerca iconografica, la produzione ad hoc di servizi fotografici, la proposta di reportage foto giornalistici già realizzati”.

Dunque è un ruolo con precise caratterizzazioni giornalistiche.
“Certamente. Il ruolo giornalistico del photo editor comprende più funzioni: leggere il testo dell’articolo e trovare le immagini a corredo, aggiungendo dunque notizie e informando anche attraverso le fotografie. Di fatto, approfondisce l’argomento trattato, documenta gli avvenimenti, cura i rapporti con i fotografi e le agenzie, controlla i costi, organizza la ricerca iconografica con i collaboratori. La professione richiede l’aggiornamento costante su temi d’attualità e specifici della professione attraverso l’accesso a diverse fonti d’informazione (giornali, periodici, libri, video, agenzie stampa, mostre) e la conoscenza tecnica e storica della fotografia. Non ultima, una buona memoria visiva”.

Che differenza c’è tra il photo editor e l’art director?
“L’art director è la figura che, all’interno della testata, opera le scelte grafiche e di immagine, dirige e coordina il lavoro dell’area grafica e della messa in pagina. Da un punto di vista gestionale l’art director è responsabile dell’area grafica, il photo editor della ricerca iconografica. Ma sulla progettualità creativa e la messa in pagina, devono lavorare all’unisono perché immagine e grafica sono strettamente connessi. A volte il ruolo di photo editor è pari a quello dell’art director, a volte è subalterno, dipende dalla gerarchia interna al giornale, dal direttore e da altre variabili. Diciamo che all’estero più facilmente l’art director e il photo editor sono due figure paritarie, i cui ruoli si completano. Le competenze di uno e dell’altro sono sovrapponibili”.

Che tipo di rapporto ha o dovrebbe avere un photo editor con i fotografi con cui si relaziona?
“E’ un rapporto molto delicato. Il photo editor per forza di cose, nel tempo, diventa anche un po’ psicologo, deve avere una buona dose di capacità comunicativa e l’abilità di cogliere le peculiarità dell’argomento trattato per saperle tradurre al fotografo, senza tuttavia interferire con il suo stile fotografico. Come ti accennavo, la scelta delle fotografie è un momento decisivo in cui la sintonia tra photo editor e fotografo è sempre messa alla prova. Se non è possibile effettuare insieme l’editing, il fotografo ha il dovere di segnalare le foto che ritiene interessanti perché solo lui/lei è in grado di spiegarle e segnalarne la validità rispetto al contenuto giornalistico e, all’occorrenza, anche saper imporre una fotografia semplicemente perché a lui/lei piace. Per far questo deve sentirsi talmente a proprio agio, e saper creare questo agio è una responsabilità del photo editor. E’, questo, un aspetto di cui ho sempre avuto il massimo rispetto”.

E con le agenzie fotografiche, che tipo di rapporto hai?
“E’ un rapporto che va lambendo verso sponde sconosciute… Con l’immagine digitale e le nuove tecnologie i cambiamenti sono stati profondi. Sono diversi l’approccio, le proposte, tutto funziona via mail, il contatto personale con il distributore si è ridotto all’osso. Ho forse una visione troppo romantica ma se da una parte abbiamo guadagnato in velocità e in termini di reperibilità di immagini e informazioni, dall’altra si è persa per strada l’esperienza, il contatto con l’interlocutore, anche con il fotografo rappresentato dall’agenzia. Questo è un problema comune a tutte le professioni, credo”.

Come si diventa photo editor, esiste un percorso formativo specifico?
“E’ inutile dire che occorre avere un bagaglio culturale personale, ed è per me fondamentale la passione per la fotografia! Laddove possibile caldeggio ‘l’andare a bottega’. Da qualche anno esistono scuole che offrono un percorso formativo qualificante. Certo, se si ha l’opportunità di lavorare in giornali e/o agenzie è meglio perché ci si confronta con problemi reali sul campo. L’ottimo sarebbe frequentare un corso mentre si lavora presso una testata”.

Hai mai avuto lo stimolo di fotografare?
“Da piccola c’era un rituale nella mia famiglia: la domenica, dopo la messa e prima del pranzo, ci si trovava in salotto a leggere i giornali. Io ero solita ritagliare le fotografie e comporle in collage, su cui poi costruivo delle storie. A 18 anni mi sono iscritta a una scuola di fotografia. Ma nel tempo ho scoperto che avevo la passione di pubblicarle le foto, non di scattarle”.

Quindi se ti chiedo di mandarmi una fotografia che hai scattato…
“Ti rispondo che non è il mio mestiere. Io guardo le foto degli altri”.

Chiara Corio, photo editor settimanale "A" - copyright Mauro Consilvio

Pubblicato in Interviste, Legalmente corretto |
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6 Commenti a “Chiara Corio: “Il fotoreporter è come il giornalista. L’unica differenza è che scrive con la luce””

  1. Patrizia  scrive il 21 marzo 2011 alle 15:51:

    Quel titolo dice più di mille parole.

  2. adolfo.trinca  scrive il 21 marzo 2011 alle 16:00:

    Oramai non so più come scrivere che le tue interviste sono favolose. La cosa interessante di questa in particolare è l’averci dato l’opportunità, con le domande, giuste di orientarci verso la direzione giusta.
    Cosi come hai fatto con il post “A tempo perso” ci dai la possibilità di aggiustare il tiro sentendo la voce e l’opinione di chi le foto le fa ma sopratutto le riceve e le deve pubblicare.
    Voglio dire, una professionista come te e come Chiara Corio che mettono a nostra disposizione informazioni cosi preziose (a saperle leggere) credo sia una cosa buona. Un saluto

  3. Massimo  scrive il 21 marzo 2011 alle 16:52:

    Ciao Claudia, un bellissimo pezzo, mi ha mostrato un meccanismo fino ad ora a me nascosto. Grazie, M.

  4. marco barsotti  scrive il 22 marzo 2011 alle 00:49:

    Trovo interessante una cosa…

    nell’intervista a Pagetti, se non ho capito male ovviamente, si metteva in luce come all’estero il fotoreporter abbia uguale dignità (o forse superiore) al/del giornalista che usa le parole.

    Qui eccoci ripiombati in italia, dove si informa “ANCHE” attraverso la fotografia (la successione citata e’ infatti
    “(…) trovare le immagini a corredo, aggiungendo dunque notizie e informando anche attraverso le fotografie”)

    Notare l’”anche”.

    Vero che poco prima Chiara parla di “osmosi” tra le funzioni, mitigando quell’anche, ma comunque – sempre se non ho percepito male – mi pare di capire che l’immagine venga a ruota, un po’ secondaria rispetto al blablalba scritto.

    Eppure era proprio Pagetti, se non ricordo male (non ho qui la rivista) che ci faceva notare come dei fatti importanti della storia ricordiamo spesso un’immagine, e non il blablabla, neppure se scritto da una firma di valore.

  5. Claudia Rocchini  scrive il 22 marzo 2011 alle 09:05:

    @Patrizia, il titolo di un articolo è o dovrebbe essere una sintesi brutale, intesa come categorica, dei contenuti del pezzo. Non sempre escono titoli d’effetto, ma in questo caso Chiara l’ha ispirato su un piatto d’argento.
    @Massimo e Adolfo
    Grazie!
    @Marco
    E’ vero, a breve pubblicherò l’intervista completa a Pagetti in cui emerge quanto dici.
    Pagetti, molto efficacemente, ha detto:
    “Do molta importanza alla fotografia perché… ti faccio una domanda sulla guerra civile di Spagna. A che cosa l’associ?”
    Fotograficamente parlando, al miliziano di Capa.
    “Appunto. E attenzione, in quel periodo c’era un signore che faceva il giornalista sul campo, e si chiamava Hemingway. Sfido chiunque a ricordarsi della guerra di Spagna attraverso le parole di Hemingway. Tutti rammentano la fotografia di Capa. Altro esempio: Vietnam. Ti ricordi della fotografia dell’ufficiale che punta la pistola alla tempia del prigioniero, o dei milioni di parole scritte dai giornalisti dell’epoca?”.

    Peraltro avevo già affrontato la questione nel pezzo “Terra di nessuno“, sul “prelievo non autorizzato delle fotografie online” del caso Repubblica. Ne copio qui una parte:
    “I quotidiani italiani, cartacei e on line, hanno infatti la pessima abitudine di pubblicare raramente i credit nelle fotografie che, quando presenti, citano l’agenzia che ha fornito le immagini, ma non i nomi dei fotografi che le hanno scattate. L’esatto contrario di quanto accade all’estero. Negli Stati Uniti, per esempio, nelle fotografie pubblicate sui quotidiani sono presenti sia il nome dell’agenzia sia quello del fotografo, perché viene data grande importanza alle fotografie utilizzate per illustrare un articolo, che dovranno essere talmente d’impatto da invogliare alla lettura. Invece nei nostri quotidiani le immagini di corredo ai servizi sono quasi sempre considerate come riempimenti grafici per spezzare l’effetto piombo di un testo. E’ una mera questione di mentalità, difficile da cambiare, e poco c’entra la crisi economica perché una fotografia va comunque retribuita, e aggiungere i credit non fa aumentare i costi”

  6. Roberta Garofalo  scrive il 22 marzo 2011 alle 22:31:

    Claudia, splendida intervista, complimenti!
    Lineare, precisa e fluida, come sempre.
    Ho imparato molto, perchè non hai tralasciato nulla.
    Le prime due righe dell’intervista, ossia l’aforisma della Corio, sono un’inquietante verità davanti alla quale tutti noi dovremmo abbassare il capo! Sempre, anche se la botta fa male!
    Grazie ad entrambe.


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